La leggenda vuole che il Volto Santo sia un crocifisso almeno in parte acheropito, ossia non realizzato da mano umana, perché, secondo la tradizione riportata dal diacono Leobino e contenuta in diversi codici del XII secolo, il prezioso crocifisso fu realizzato, per tramandare le sembianze del Salvatore, dallo stesso Nicodemo, che era anche scultore, ma aiutato dalla grazia divina in fase di rappresentazione del volto.
Il Volto Santo fu oggetto di profonda venerazione nel tardo Medioevo (è ricordato anche da Dante in Inferno, XXI, 48 e nel secolo XI Guglielmo II il Rosso giurava sul “volt de Lucha”) attirando a Lucca, che occupava una posizione chiave lungo la via Francigena, pellegrini e mercanti provenienti da tutta Europa che facevano molto bene all’economia cittadina. Nacque anche l’esigenza di produrne copie per coloro che non potevano o non volevano recarsi in Italia ad ammirare e venerare l’originale.
Esso divenne l’emblema della città, tanto che l’immagine fu riprodotta sui sigilli dei cambiavalute e sulle monete lucchesi. Se sul dollaro c’è scritto “In God we trust” a Lucca avrebbero potuto scrivere “In Gold we trust” visto che non so quanto potesse far piacere a Gesù vedere il suo volto dove avrebbe dovuto esserci quello di “Cesare”…
Il Cristo, di carnagione scura, è rappresentato in croce come sommo sacerdote, vestito di una lunga tunica con maniche, stretta da una cintura annodata, con le braccia tese orizzontalmente, la testa reclinata a destra e gli occhi aperti a metà.
Tra i miracoli attribuiti al Volto Santo di Lucca vi è quello della ciabatta d’oro ‘donata’ ad un povero giullare che si recava spesso a pregare ai piedi del crocifisso offrendo in segno di devozione l’unica cosa che possedeva: la sua arte, che tuttavia non era gradita ai prelati e agli altri fedeli. Un giorno il giovane fu ‘ricambiato’ dal Volto Santo, riccamente abbigliato, con la ciabatta d’oro (la destra), e a nulla valse il racconto dell’uomo che affermava che era caduta dal crocifisso e non era stata da lui rubata. Qualsiasi tentativo di ricollocare la ciabatta al suo posto fu inutile, essa veniva continuamente ‘rifiutata’, come se davvero il Volto Santo ne avesse fatto dono al giullare, il quale, finalmente creduto, in cambio del prezioso calzare ricevette un corrispettivo in denaro. La ciabatta però non fu rimessa al piede del crocifisso, ma soltanto appoggiata, sorretta da un calice d’oro.
Così come ora noi torniamo dai viaggi con foto e cartoline, i pellegrini del nord Europa tornavano a casa con copie e dipinti del Volto Santo e, generazione dopo generazione, non seppero più riconoscere in esse il Cristo crocifisso per via della lunga tunica, abbigliamento considerato appropriato ad una figura femminile. A rafforzare l’equivoco avrebbe contribuito la presenza della corona che avrebbe fatto nascere la credenza che la Santa barbuta fosse figlia di un re.
Secondo una leggenda risalente al 1300, in un piccolo comune nella provincia spagnola di Avila, Cardeñosa, viveva la bella Paola che, sin da bambina, si era consacrata a Dio. Un giorno un giovane osò importunarla e la ragazza andò a rifugiarsi in una cappella dove, nelle pause dal lavoro, andava a pregare essendovi conservate le reliquie di San Secondo, vescovo della città e lì, abbracciando il crocifisso, pregò il Signore di salvarla dalle avances sin troppo ardite dell’uomo. In risposta alla sua invocazione, Dio le fece spuntare barba e baffi. Il suo inesorabile persecutore, a quella vista, rimase inorridito e fuggì via o, secondo un’altra versione, non la riconobbe e continuò invano a cercarla per giorni e giorni.
Questo racconto a volte si confonde con quello di un’altra vergine di nome Vilgeforte, portoghese, a cui crebbe la barba per evitare un matrimonio combinato. Questa Santa barbuta è conosciuta anche come Wilgeforte, Vilgefortis e Wilgefortis e sotto molti altri nomi, tra i quali Starosta, Dignefortis, Eutropia, Reginfledis, Comera, Kümmernis, Uncumber, Ontcommer. Il nome tedesco, l’inglese e gli equivalenti in altre lingue derivano dalla credenza popolare che chiunque preghi la Santa nell’ora della morte perirà “senza dolore” (ohne kummer in tedesco).
Secondo il racconto tradizionale, Santa Vilgeforte/Vilgefortis visse nell’VIII secolo ed era figlia di un re pagano del Portogallo il quale volle destinarla in moglie ad un principe, anch’egli pagano (forse re di Sicilia), ignorando che la bella fanciulla aveva abbracciato la fede cristiana e donato a Dio la propria verginità. Decisa a volere mantenere fede al proprio voto di castità, la giovane pregò il Salvatore di renderla ripugnante, così che il promesso sposo, provando ribrezzo nel vederla, rinunciasse al matrimonio. La sua preghiera fu ascoltata: la notte precedente il giorno delle nozze le crebbero barba e baffi e il matrimonio non venne celebrato. Il padre, furioso, ordinò che sua figlia fosse prima imprigionata e poi crocifissa come il Cristo che ella adorava.
A questo punto alla narrazione si intreccia un altro racconto, secondo il quale un pastorello, vedendo la ragazza appesa alla croce, volle alleviarne la sofferenza suonando il suo violino (secondo una variante, un liuto); per gratitudine la giovane gli lanciò in dono, pensate un po’!, una sua pantofola ricamata in oro.
Della vergine martire con la barba esistono molte rappresentazioni che la ritraggono in croce anche in Polonia, Repubblica Ceca, Belgio, Paesi Bassi, Francia dove è la protettrice delle donne che volevano essere liberate da uomini crudeli, vessatori dispotici.
Tutto sarebbe nato da un’errata interpretazione, dunque. Ma è davvero impossibile che la leggenda contenga qualche elemento di verità? È davvero impossibile che sia esistita una Santa con baffi e barba? Forse la sovrapposizione delle figure della vergine barbuta e del Volto Santo fu resa possibile anche dal ricordo di una pia donna virtuosa, realmente esistita, che fu afflitta da irsutismo o da ipertricosi? Sarà da qui che nasce il detto “Donna baffuta sempre piaciuta”?
Irene Buoncristiani
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